Associazione Culturale Itimed

Prove tecniche di racconto di una città: il Cairo

Sto metabolizzando il ritorno dal Cairo e provando a raccogliere la moltitudine di idee che ha scatenato in me questo soggiorno (seppur breve); così decido di parlarne con qualcuno che al Cairo ci ha vissuto e che ha conosciuto Itimed; credo di aver suscitato in questa persona (Marilena Mirenda) un ricordo, il ricordo delle senzazioni che un luogo riesce a trasmette giungendo all’animo con grande efficacia. Se questo è vero per una grande quantità di luoghi per questa città risulta moltiplicato in modo esponenziale; io continuo ad organizzare le mie idee intanto a voi propongo le riflessioni della nostra amica Marilena, io ci metto solo qualche foto, ci sarà tempo e modo per tornare a parlare.
Daniele Panzarella

Il Cairo è… embrionale. è come se fosse un organismo ancora in atto di formarsi.. dove sono evidenti i cambiamenti e i movimenti di ogni singolo elemento.. dove tutto sembra ancora semplice e a se stante, in processo per diventare un unico organismo complesso e compatto, inscindibile.
Potrebbe essere assimilato ad un ‘modello’ dove ogni dinamica ed ogni problematica è enfatizzata in maniera tale da essere semplificata e mostrata in maniera sicuramente eccessiva ma diretta, senza complicazioni e complessità. Complessità che sono direttamente proporzionali all’evoluzione del sistema…

Ci sono realtà estremamente povere, estremamente arretrate [dove l’idea di TRI, a mio avviso risulta estremamente lontana perché subordinata ai principi dello SVILUPPO UMANO], ancora si parla di promiscuità tra uomini e animali dove l’igiene è un utopia, sebbene il contatto con la natura con la terra, con la materia è ancora vivo e pregnante.. sensuale. Forse è questo il motivo per cui Darb El Ahmar risulti così interessante (molto più del vicinissimo e rinomato Khan El Khalili)…la sensualità sta forse nel contatto con le cose terrene: i bambini ti sorridono per strada, giocano tra l’immondizia, accanto un negozio puoi trovare animali da fattoria, tutto sembra appartenere ad un unico quartiere, dove il sistema produttivo e sociale sembra estremamente semplificato e rilassato e… “di strada”… la gente difficilmente corre per lavorare, passeggia; ogni singolo prodotto si compone di un percorso interno a più botteghe; dove la produzione industriale diventa alienante, un singolo prodotto comprato “dietro le quinte” contiene il valore di questo sistema. C’è chi dorme in mezzo alla strada; per ogni strada non manca qualcuno che fumi “shisha”… non si capisce cosa sia lavoro vero e cosa sia riposo… tutto si mescola tra le parole, il tempo e lo spazio, che articola la logica di un sistema “di strada”.

Poi allontanandosi dal Cairo Vecchio si accede alla città diffusa, alla città globale del Cairo, dove gli scenari non sembrano reali ma futuribili :ponti stradali sorvolano la città su cui ogni edificio buio e sporco afferma la sua presenza, la sua esistenza, attraverso un enorme cartellone pubblicitario illuminato, che lo sovrasta, e ne dichiara un nome, una marca, un oggetto, uno status.

E ancora, tra opposti e contraddizioni, tra ricco e povero, tra veloce e frenetico e lento e impassibile, tra festa e penitenza (il Ramadan è sintesi degli opposti per eccellenza), tra le contrattazioni e le logiche del raggiro che non sono celate sotto meccanismi complessi ma che si svolgono alla luce del giorno..

Vivo da tre mesi questa realtà.. e.. è estremamente densa: è densa quanto lo strato di polvere che ti si forma sulle braccia dopo un giorno che cammini per le sue strade, in mezzo allo smog. Non sembrerebbe una bella cosa.. non lo sono.. le musiche arabeggianti a tutto volume, le preghiere del muazin che recita dalle moschee, la notte che viene vissuta come il giorno… eppure c’è una cosa che mi piace tantissimo (questa cosa ha a che fare con la mia predisposizione a stare sempre a piedi scalzi..): è un senso di libertà e di contatto con tutto ciò che è “terreno” (ecco un altro opposto: hanno una religiosità altamente spiccata ma vivono “toccando”).

Sembra strano che parli di libertà in un paese in cui non c’è libertà di parola, né di pensiero, non c’è libertà sessuale, né libertà al cambiamento… anch’io mi meraviglio di come abbia potuto usare questo termine…eppure la motivazione può essere che.. spesso ci troviamo incastrati nei meccanismi delle città e delle società in cui viviamo.. perdiamo il contatto con determinate cose.. ci afflosciamo su una vita troppo monotona… e con noi si afflosciano i nostri pensieri, i nostri ricettori agli stimoli esterni..poi ti trovi in un altro posto..e i tuoi occhi si aprono, le tue orecchie cominciano ad ascoltare, il tuo cuore è pronto a sentire…pulsioni.

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