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Itinerario: Alla scoperta del paradiso

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Descrizione del percorso

Il nostro percorso parte dalla piccola chiesa di S. Cristina La Vetere (1), situata a ridosso della cattedrale, dedicata alla prima santa protettrice di Palermo. Nel XII secolo vi è stata portata la reliquia della Santa ubicata precedentemente a Bolsena. Essa viene trasportata, come narra una leggenda, sulla nave lungo il fiume Papireto, che ai tempi si estendeva in questa zona. La martire era patrona della città prima di S. Rosalia, ed era molto venerata, il che dimostra la sua presenza non solo ai Quattro Canti, ma anche nei diversi dipinti a lei dedicati, tra cui spicca la tela raffigurante la “glorificazione” della Santa, dipinta dal pittore palermitano G.Velasco, posta nella omonima Cappella di S. Cristina nella Cattedrale di Palermo. La forma quadrata nonché lo spessore dei muri della chiesa, fanno presumere che essa sia stata probabilmente impiantata su una torre preesistente, appartenente forse alle adiacenze della cattedrale che si trova in immediata vicinanza. Nell’ XI sec., la Cattedrale (2) era una moschea araba. Solo successivamente viene riconvertita al culto cristiano ad opera dell’arcivescovo di Palermo, Gualtiero Offamilio, il quale , nello stesso tempo, ne è  l’autore. Mentre l’esterno del Duomo dimostra quasi interamente le caratteristiche dello stile architettonico arabo-normanno, nel corso dei secoli l’interno è stato adeguato allo stile dei tempi successivi (in particolare alle fine del ‘700, sul progetto di G.V. Marvuglia, è stato eseguito un totale rifacimento in stile neoclassico).

Il nostro percoso continua per la via dei Candelai (3), la quale trae il nome dalla testimonianza di un’attiva e fiorente imprenditoria artigiana commerciale e mercantile, che ha contraddistinto lo sviluppo sociale ed economico di Palermo. Gli artigiani che appartenevano allo stesso mestiere avevano abitazioni vicine e in questo modo plasmavano i quartieri di Palermo, che oggi sono ricordati dalla toponomastica di vie come quella degli Argentieri, dei Biscottari, dei Bottai, dei Calderai, dei Chiavettieri, dei Cappellieri, etc.

 Superando la via Maqueda e scendendo per la piazza Venezia, giungiamo in Via Roma, via più moderna del centro storico, realizzata all’inizio del ‘900. Dalla Piazza S. Domenico con l’omonima chiesa (4) scendiamo per la via G. Meli dove incontriamo la chiesa di Santa Maria la Nova (5)  fino a giungere in via Porto Salvo (Piazza Fonderia).

Arriviamo in Piazza Marina (6), piazza più larga e importante dell’antichissimo quartiere Kalsa, che deve il suo nome alla sua origine: essa era infatti una vasta baia, un’insenatura di mare che fino al XIV secolo lambiva la città. Dall’arrivo dei Chiaramonte, ed in seguito con i vicerè, questa zona inizia a essere urbanizzata. Testimone silenzioso di diverse vicende storiche riguardanti questo quartiere è lo Steri (fondato dai Chiaramonte) che nella stereometria netta ma elegante sembra una cassaforte, edificato all’inizio del ‘300. Il suo nome deriva dal latino hosterium (= palazzo fortificato). Dal ‘600 in poi, il palazzo diventa la sede del Tribunale della Santa Inquisizione e carcere, come attestano gli impressionanti graffiti dei prigionieri riportati recentemente alla luce. Alla fine del ‘700 quando fu abolita l’Inquisizione, grazie alla vicinanza al mare lo Steri diventa sede degli uffici delle dogane. Qui veniva scaricata la merce dalle navi appena arrivate. Dopo anni di restauri (importante quello del 1972 ad opera dell’architetto Carlo Scarpa) il palazzo diventa sede del Rettorato dell’Università degli Studi di Palermo e museo. Al centro della piazza sorge la Villa Garibaldi, un giardino pubblico progettato dall’architetto G.B.F. Basile nel 1863. Con il nome del giardino si è voluta celebrare la recente nascita della nazione italiana. L’attrazione principale del giardino è il ficus, albero tra i più vecchi e grandi d’Italia. La piazza Marina è circondata da altri palazzi storici come il Palazzo Fatta del ‘600, Palazzo Dagnino del ‘700, Palazzo Mirto con impianto del ‘200, ma con l’aspetto odierno che testimonia una radicale trasformazione subita a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, la Chiesa di S. Maria dei Miracoli della metà ‘500, eseguita in stile rinascimentale, e altri.

[ La domenica mattina, attorno al giardino di Villa Garibaldi si svolge un vivace mercatino dell’antiquariato. Una scena del film ‘Dimenticare Palermo’ diretto da Francesco Rosi nel 1990 è stata girata in un bar a Piazza Marina, di fronte alla fontana del Garraffo ]

Continuiamo il nostro percorso per la via 4 aprile, superando la via Alloro e proseguendo per la via Vetreria. Ognuno di questi vicoli, pur essendo a pochi passi di distanza l’uno dall’altro, ha una storia e un’atmosfera diversa. In vicolo del Pappagallo, dal balcone di Palazzo Rostagno, un pappagallo allietava le giornate dei passanti con i suoi versi e i suoi colori. Via Alloro, una volta strada principale dell’antico quartiere della Kalsa, risale al Medioevo e deve il suo toponimo al secolare albero di alloro che si trovava nel giardino del palazzo del marchese di San Gabriele, abbattuto nel 1704. Via Vetreria prende il nome dal mestiere dei vetrai, che avevano le loro botteghe proprio in questa via. Una volta arrivati in  piazza Magione, davanti a noi si apre un vasto spazio demolito in un bombardamento nel 1943. Oggi il prato viene sfruttato per concerti e altri eventi culturali, nonché come un luogo di ritrovo.

Al centro della piazza si trova Chiesa della Santissima Trinità, conosciuta meglio sotto il nome Chiesa Magione (7). Fondata sul finire del XII secolo, la chiesa è stata affidata ai monaci cistercensi (ordine monastico caratterizzato da  rinunce agli interessi terreni/mondani). La più importante testimonianza di questo ordine è il chiostro, che si presenta come un particolare esempio di architettura siculo-normanna. Fino all’arrivo di Enrico VI nel 1197, il convento rimane sotto la loro gestione, per poi iniziare il processo di epurazione degli esponenti dei normanni, in quanto l’edificio viene concesso ai Cavalieri Teutonici. Nel pavimento ne è rimasta ancora la testimonianza con le lastre tombali dell’ordine teutonico. Durante il periodo barocco, come probabilmente la maggioranza dei palazzi storici, la chiesa ha subìto alcune modifiche stilistiche, che vengono eliminate durante il restauro di F. Valenti nel 1920.

Proseguiamo per la Via Carlo Botta, svoltiamo a sinistra in Via Gaetano Filangeri e poi a destra in Via Carlo Rao. Una volta emersi in Via Lincoln, prendiamo a destra e giriamo in Via Archirafi, che dobbiamo percorrere fino alla fine, per poi svoltare a sinistra in Via Tiro a Segno fino al mare.

In via Messina Marine si trova Stand Florio (8), costruzione che all’inizio del ‘900 veniva utilizzato per gare di tiro al piccione e sport acquatici da parte della nobiltà palermitana. Fu costruito dalla famiglia Florio su progetto di E. Basile nel 1905, il palazzo è realizzato solo in parte, come ci confermano i disegni del Basile che comprendono anche un ampio Kursaal sul mare. Durante la guerra viene utilizzato come magazzino per le truppe. Lo stile architettonico dell’edificio è profondamente segnato dal neomedievalismo alla siciliana che si rifà appunto al medioevo siculo normanno, con una cupola rossa in cima; inoltre è una delle prime strutture siciliane di età moderna costruite utilizzando il l’acciaio. La costruzione originale era stata largamente manomessa perché lasciata per lunghi anni in abbandono. A partire dal 1985 sono stati effettuati interventi di restauro e oggi l’edificio accoglie eventi culturali. Lo stand è parte dell’itinerario liberty urbano della città di Palermo.

Per la Via Salvatore Cappello (traversa di Via Messina Marine),  si arriva alla parrocchia San Giovanni dei lebbrosi (9), fondata nel 1071, è la più antica testimonianza dell’arte siculo-normanna a Palermo. Ancora oggi sono visibili i resti di un castello saraceno (tratti di muro, frammenti della pavimentazione) sui quali è stata innalzata la chiesa. Il suo nome proviene da un ospedale per i lebbrosi, situato nelle vicinanze. Nel XII sec., Federico II dona la chiesa e l’ospedale all’Ordine dei Cavalieri Teutonici della Magione, che lo detengono fino al ‘700. All’inizio del XX secolo venne restaurata da F. Valenti il quale ha eseguito restauri anche alla Magione.

Svoltando a destra raggiungiamo piazza Scaffa con il Ponte dell’Ammiraglio (10), un ponte a dodici arcate d’epoca normanna. Costruito attorno al 1113 per volere di Giorgio d’Antiochia, ammiraglio del re Ruggero II, per collegare la città ai giardini posti al di là del fiume Oreto (oggi deviato), rappresenta, ancora oggi, un simbolo di collegamento tra il centro città e la zona periferica. Nel 1860, nel corso della Spedizione dei mille, proprio su questo ponte e nella vicina via di porta Termini si scontrò Garibaldi con le truppe dei Borbone.

Prendendo la via Brancaccio e in seguito la via S. Ciro, arriviamo al Castello di Maredolce (11), costruito nel X secolo dall’emiro Giafar, ma riadattata nell’ XI sec. da Ruggero II. A quei tempi il castello faceva parte di una cittadella fortificata, che comprendeva inoltre un palazzo termale e una peschiera. Essendo stato appassionato di caccia, Ruggero II cura il grande parco che circondava il palazzo. Dentro il castello vi era una corte interna, l’appartamento nobile e la chiesa. Nel ‘300 i frati teutonici della Magione trasformano il palazzo in un ospedale. Dal ‘400 in poi diventa proprietà di privati. Il lago scompare gradualmente sino a lasciare solamente la sua impronta; oggi, dopo anni di inavvicinabilità del monumento l’associazione castello di Maredolce insieme alla soprintendenza operano un restauro fisico e di valorizzazione che ci permette di visitarlo nuovamente.

Proseguendo per la via Giafar superando l’autostrada giungiamo alla Chiesa di S. Ciro (12), l’ultima tappa del nostro percorso. La chiesa è stata eretta nella prima metà del ‘700 in stile tardo barocco, chiaramente leggibile dalla facciata nonché dall’interno, arrichito con fregi, cornici e lesene settecentesche. Edificata grazie al contributo degli abitanti di Marineo, per cui prende nome dal patrone del paese, alla fine dell’800, essa ottiene dalla parrocchia di Marineo la reliquia del teschio del santo. L’ultimo intervento di restauro risale alla metà dell’800, dopo di che la chiesa viene abbandonata. Nel 1972 la Soprintendenza decide di ricostruire l’abside e il muro laterale crollati. La chiesa è limitrofa agli omonimi archi dai quali sgorgava la sorgente che alimentava il lago del castello. 

 

Fonti principali:

1. F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni, Officina Edizioni, Roma, 1994.

2. A. Traina, Vicoli vicoli Palermo. Guida intima ai monumenti umani, Flaccovio Ed., Palermo, 1999.

3. Diversi autori, Museo senza frontiere, L’arte siculo-normanna. La cultura islamica nella Sicilia medievale, Electa, Vienna, 2004.

4. Giulia Sommariva, Palermo cento chiese nell’ombra, Flaccovio, Palermo, 2007.

5. R. Russo, La “Magione” di Palermo negli otto secoli della sua storia, Palermo 1975

6. Adriana Chirco, Palermo la città ritrovata. Itinerari fuori le mura, Flaccovio, Palermo, 2006.

7. http://www.ordineteutonicosicilia.it/crm/

8. http://www.palermotourism.com/datas/Operatori/Download/opuscoli/file/maredolce.pdf

9. http://www.palermoweb.com/cittadelsole/monumenti/

10. http://palermodintorni.blogspot.it/

11. http://www.cistercensi.info/

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