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ITITWOWEEKS anche in queste due ultime settimane di luglio affronta storie ed emozioni alternatesi giorno dopo giorno nei due scrigni delle chiese di San Cataldo e di Santa Cristina la Vetere.
I racconti sono stati tanti e selezionarli è sempre difficile.
Nonostante il caldo terribile, i turisti non si sono scoraggiati (soprattutto francesi) e l’affluenza nei nostri siti si è mantenuta continua. Sicuramente, c’è da stupirsi come, in giornate talmente afose, come in quelle appena trascorse, innumerevoli persone abbiamo preferito optare per un giro in città fra arte e cultura, piuttosto, che scegliere una giornata da passare al mare fra tuffi e tintarelle tropicali. Non è una percentuale irrisoria quella di cui vi parlo, ma una stragrande maggioranza che punta alla storia delle città d’arte come principale meta di un viaggio estivo…e questo ci soddisfa molto!

Periodo di riferimento: Seconda metà di Luglio
Documenti: Fabiana, Marù, Nadia, Letizia, Federico, Ettore, Germana.
Stesura: Fabiana Tripodi


Incantati dalle nostre chiese ed interessati dalle nostre accoglienze informative, i turisti ci regalano belle emozioni: una stretta di mano, un sorriso spontaneo, un commento positivo; incentivi tutti che gratificano la presenza di noi soci ITIMED stimolando a fare sempre meglio.
Tra gli svariati complimenti ricevuti nella Chiesa di San Cataldo, cito le parole di una giovane signora fiorentina, accompagnata dalla figlioletta di otto anni, che venne raggiunta dal marito, solo dopo una sua telefonata al cellulare, in cui gli disse: “ Non puoi perderti questo splendore”. Era entrata manifestando il suo entusiasmo e il suo apprezzamento per la nostra città e per i palermitani “…così gentili e disponibili…”, e non finiva più di ripetere che non si aspettava di trovare una città così bella e piena di fascino, tanto da convincerla a ritornarci presto.
Oppure, ricordare la presenza di un turista greco, che, in un primo momento, tentennava ad entrare, ma poi, sbirciando per bene, decise che ne valeva proprio la pena. Visitò la chiesa, meditando con lo spirito e godendo con gli occhi di un suggestivo e piccolo gioiello.
Ma tornando agli aneddoti che nascono nella Chiesa di San Cataldo, interessante è stato conoscere, durante un mio turno, una guida russa che accompagnava una sua amica di Mosca qui in visita a Palermo.
La sua amica fu colpita da un’icona collocata in un’abside della nostra chiesa. Chiacchierando con loro mi dissero che la raffigurazione del soggetto “Madonna con Bambino”, ricordava lo sguardo triste delle vergini russe che stringono teneramente il Bambino Gesù.
L’immagine a mezzobusto era riconducibile a quella tipicamente resa nelle icone medievali del loro paese. Oggetti di storia e di fede del popolo russo, in queste icone, le miracolose e liberatrici Madonne rappresentate, si disse, intercedessero per la salvezza delle città da invasioni e devastazioni. Fin dalla sua 1° evangelizzazione (x sec.), il popolo russo ha professato una profonda devozione verso la Madre di Dio.
La guida russa mi parlò, infatti, del famoso “Anello d’Oro”, un itinerario turistico che collega le antiche città russe situate a nord-est di Mosca, dove si trovano monasteri, chiese ed icone risalenti ai XI-XIV sec. dedicati appunto alla Madre di Dio.
La guida russa e la sua amica, fra le tante icone mariane, venerate dai credenti come finestre aperte verso una realtà indiscutibile, citarono la Madre di Dio di Vladimir, oggi, esposta nella Galleria Tret’jakov del Cremlino di Mosca.
L’immagine sacra appartiene al gruppo delle icone dette “Elousa” (di bontà o d’amore), o, più semplicemente, detta della Tenerezza o della Misericordia. Secondo la tradizione, è stata dipinta dal primo pittore d’icone, che è anche autore di uno dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli, San Luca, quando la Madonna era ancora in vita. Da questa icona, la più adorata nell’Occidente russo, ne derivano varianti diverse.

Riguardo l’icona della chiesa di San Cataldo, non abbiamo notizie certe in merito. Nel secolo scorso, precisamente nel 1937, la chiesa divenne proprietà dell’Ordine Equestre dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Si crede che siano stati proprio loro a collocarvi l’icona della Madonna con Bambino nell’abside sinistro e l’icona raffigurante l’immagine del Vescovo Cataldo, a cui è dedicata la cappella normanna, nell’abside destro. Di fattura russa e di ispirazione bizantina, l’icona decorativa, potrebbe alludere al significato di un’iscrizione latina, esterna alla chiesa, trovatasi nel prospetto orientale, visibile accanto al frammento originario della merlatura. Alzando lo sguardo verso il coronamento della struttura, la scritta si riferisce simbolicamente alla Vergine concepita senza peccato.
Conoscendo la storia italiana di inizio ‘900 si sa bene che molti connazionali meridionali per sfuggire alle crisi economiche del nostro Paese emigrarono con le loro famiglie verso le prosperose e allettanti Americhe in cerca di speranze. Durante un mio turno nella chiesa di S.Cataldo, ho avuto il piacere e l’onore di fare la conoscenza di una coppia di novantenni molto simpatici provenienti da New York. Il signore mi disse: ”Sugnu un Cavalere du Santu Sepulcru, e idda è ma mugghièri” (scusate se i termini in dialetto che riporto peccano di qualche errore). Non capivo inizialmente se l’anziano americano era l’ironia fatta persona oppure tramasse una burla nei miei confronti. Parlandoci, capii poi che si trattava di un autentico Cavaliere, nel vero senso della parola, molto gentile ed elegante nei modi.
Nonostante l’accento newyorkese, tenne caro con sé il dialetto siciliano, definito da lui stesso come unico ed inimitabile. Era divertentissimo sentirlo parlare attraverso l’unione di due “lingue” così lontane fra loro.
Di certo quel giorno il nostro pimpante turista d’oltreoceano si sentiva più siciliano che americano. Il signore, effettivamente, è originario di Campobello di Mazzara, e conobbe e sposò sua moglie proprio a New York, dove vi giunse negli anni ’20 del ‘900 in cerca di un destino migliore. Dopo avergli mostrato una vecchia immagine della chiesa di San Cataldo, nel periodo in cui si procedette al suo restauro, mi disse: “Ci fu un gran travàgghiu dietru sta bellezza”.
Considerando il fatto che, alle sue spalle, la cappella normanna ne ha passate davvero tante per essere come è oggi, beh… l’acuto osservatore aveva proprio ragione. Alla fine mi hanno salutato con una stretta di mano molto affettuosa. Il Cavaliere poi sull’uscio concluse la sua stravagante visita come avrebbe fatto un giovane siciliano: “Ciao Bedda”. Immaginatevi gli altri turisti italiani che c’erano in chiesa, divertiti sotto i baffi di quella scenetta comica.
Del resto, quando si è legati visceralmente alla madre terra, le proprie origini non si scordano mai, in tutto e per tutto.

E’ bello pensare che lo scambio informativo che noi soci cerchiamo di attivare per pubblicizzare le nostre due chiese di San Cataldo e Santa Cristina, venga spesso recepito dai turisti come proposta interessante per completare l’itinerario da noi consigliato.
C’è chi, fra loro, fa di Santa Cristina la Vetere la prima meta, per poi andare a San Cataldo, c’è chi, invece, da San Cataldo si incammina per Santa Cristina…e così via via, in base ai propri tempi turistici, ai propri interessi, alle proprie curiosità.
Soffermandoci ora alla fruizione turistica della chiesetta di Santa Cristina la Vetere, lo stesso Cavaliere statunitense, di cui ho raccontato prima, la mattina in cui lo conobbi a San Cataldo, decise poi di visitare anche la seconda tappa del nostro itinerario. Anche a Santa Cristina, con la sua grande vena di allegria alla fine esordì con la stessa espressione siciliana: “Ciao Bedda”, rivolta ad una mia collega che lo accolse durante il suo turno in chiesa.
Oltre questa vivace coppia americana, anche qui, sono giunti diversi visitatori, fra i quali, ricordo particolarmente una coppia simpatica di pisani (lui astrofisico alla Normale e lei fisica nucleare sempre alla Normale di Pisa)…nonché una turista di madrelingua francese, che parlava ottimamente l’italiano. Estasiata di trovarsi in un ambiente medievale così affascinante disse: “Santa Cristina mi commuove solo alla vista!”, questa esclamazione rispecchiava appieno le sue sensazioni. Raccontava che preferiva le chiese semplici, senza troppi affreschi e stucchi, dunque, tipicamente normanne. In Francia, aggiunse: ”Abbiamo diverse chiese che mi ricordano Santa Cristina, di gran lunga più vicine ai miei gusti stilistico-architettonici, rispetto a quelle delle epoche successive”.
Ultimamente, le novità che ruotano attorno alla chiesetta di Santa Cristina, hanno riguardato alcuni lavori di recupero e manutenzione di una palazzina, abbandonata vicino all’ubicazione del luogo sacro, a ridosso della quale, ha preso il via il montaggio di un’impalcatura.
Si tratta di un lavoro di messa a sicurezza di un cornicione pericolante della palazzina stessa, ma niente di più. Alcuni locali del Vicolo e il tanto misterioso Oratorio dei Pellegrini, di cui raccontiamo la storia ai nostri turisti, ma che non abbiamo mai avuto la fortuna di visitare, sono stati aperti nei giorni scorsi, da alcuni architetti e cariche dei Beni Culturali della Curia, per dei controlli e misurazioni.
Tra le cataste di roba varia e macerie, si riuscì ad individuare la struttura di un oratorio cinquecentesco, che conserva ancora intatto il suo fascino e la sua bellezza. Che peccato vederlo così ridotto! Al suo interno si può ammirare un affresco del Borremans, ancora in un discreto stato di conservazione, ma che l’umidità sta iniziando a danneggiare.
Il nostro augurio è che presto si avvii il restauro e la restituzione di questo importante e significativo bene, affinché, un giorno si possa ammirare e vivere quel luogo tanto caro ai pellegrini di un tempo.

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